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Le risposte della scienza:
ipotesi sulla formazione
dell'immagine sindonica
 
 
 

Ipotesi scientifiche: immagine latente e contatto
Molti scienziati hanno tentato di riprodurre l'immagine per contatto.
Giovanni Judica Cordiglia, docente di medicina legale dell'Università di Milano, cosparse il viso di un cadavere con una miscela polverosa di aloe e mirra in parti uguali e vi fece aderire una tela imbevuta di trementina ed olio di oliva in proporzione 2 a 1. Per ottenere le sfumature mise poi le tele in ambiente umido.
Ruggero Romanese, direttore dell'Istituto di Medicina Legale e delle Assicurazioni dell'Univ. di Torino, impregnò alcune tele con polvere di aloe e mirra in parti uguali e le sovrappose a volti di cadaveri leggermente inumiditi con acqua o souzione fisiologica diffuse con un nebulizzatore. Dopo pochi minuti, l'aloe si ossidò e si formò un'immagine che divenne più sfumata con il passare delle ore.
Sebastiano Rodante ha ottenuto impronte che appaiono simili a quelle della Sindone usando un calco di ceramica su cui aveva spruzzato una soluzione composta da 8-10 parti di sudore ed una di sangue, aggiungendo poi polvere di aloe e mirra in parti uguali e sovrapponendo una tela di lino per circa 36 ore. In seguito, ottenne migliori risultati usando tele imbevute di aloe e mirra in soluzione acquosa.
Alcuni studiosi hanno preso in esame la possibilità che l'immagine si sia sviluppata solo dopo molti anni. È la teoria dell'immagine latente.
A riprova di questa possibilità, Jean Volckringer portò le impronte di vegetali che si formano naturalmente nei vecchi erbari per il semplice contatto della pianta con la carta.
Giovanni Judica Cordiglia fece alcuni esperimenti usando, invece dell'aloe e della mirra, un'altra droga, la galla, e notò che solo dopo una lunga esposizione al sole compoarvero le impronte.
L'ipotesi è stata poi ripresa da Samuel F. Pellicori, fisico del Santa Barbara Research Center (USA), che ha ottenuto macchie con molte delle proprietà fisiche e chimiche dell'immagine sindonica, trattando un tessuto di lino con sottilissimi strati di sudore, olio d'oliva, mirra o aloe e poi scaldandolo in forno per simulare l'invecchiamento. La cellulosa risultava ingiallita e disidratata in maniera simile alle zone dell'immagine sull'impronta sindonica. Secondo Pellicori, le sostanze da lui utilizzate avevano solo la funzione di catalizzatori. L'immagine si sarebbe sviluppata nel tempo con l'esposizione della Sindone alla luce. Forse la grande quantità di calcio presente sulla Sindone, spiegabile secondo Giovanni Riggi di Numana (un membro dello STURP) con l'impiego funerario di polvere disidratante, può avere tamponato la reazione di formazione dell'immagine, confinando lo scolorimento nella porzione superficiale dei fili.
Pietro Scotti ipotizzò una duplice azione: di contatto nelle zone più scure, di evaporazione nelle zone più chiare. Simile fu la proposta di John A. De Salvo, che attribuì molta importanza all'acido lattico presente nel sudore [1].
John D. German avanzò l'ipotesi di un lenzuolo originariamente rigido che avrebbe pian piano assorbito umidità e si sarebbe adagiato sul corpo. L'intensità dell'immagine varierebbe in proporzione al tempo di contatto tessuto-corpo.

I problemi della teoria
Si può dire che la teoria dell'immagine latente di Pellicori ha fornito l'approssimazione più vicina alle proprietà fisiche e chimiche dell'immagine. Dal momento che Il problema è come spiegare il trasferimento dell'immagine sul tessuto, dal momento che non si riescono a riprodurre le sue gradazioni di intensità, si deve presupporre un meccanismo fisico aggiuntivo per spiegare la ricchezza di particolari e di sfumature.
Non si può negare che il corpo sia stato in stretto contatto con il lenzuolo, perché nelle fotografie di fluorescenza si possono distinguere, ben definiti, i minimi segni di flagello, sottili come graffi. Quindi sorge anche l'ulteriore problema delle inevitabili deformazioni.
Per quanto riguarda l'ipotesi di German si possono avanzare delle difficoltà:

  1. il materiale sensibilizzante si sarebbe diffuso nel tessuto umido, specie nei punti rimasti più a lungo a contatto, e invece l'immagine è tutta superficiale;
  2. non ci sono zone di saturazione dell'immagine;
  3. le intensità delle zone lungo il profilo dove sarebbe avvenuto il primo contatto non sono tutte uguali;
  4. l'immagine dorsale non è stata influenzata dal peso del corpo.

[1] Tratto da Sindon, n. 31, dicembre 1982, pp. 43-50.



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    Pagina completata il 01/01/2006
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